Il pane eucaristico è oggi segno di unità fra le comunità cristiane?

 

 "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere".  (At 2,42-47)

 

Spezzare il pane insieme era dunque uno dei segni distintivi della prima  comunità cristiana, quella nata a Gerusalemme il giorno di Pentecoste.

Questa espressione indica due cose distinte, ma all’origine strettamente collegate tra loro. La prima è il pasto comune dei cristiani, consumato insieme e chiamato agape; la seconda è la cena del Signore, che abitualmente avviene nel quadro dell’agape, come sua conclusione e coronamento.

 

Condividendo il pane e il vino della cena del Signore, i primi cristiani manifestavano la loro comune appartenenza a Cristo e la loro reciproca fraternità. Riconoscersi come cristiani implicava, tra le altre cose, lo spezzare insieme il pane della cena.

Questo gesto, secondo gli usi ebraici, spettava al capo famiglia e aveva un valore altamente simbolico. Indicava l’unità, significata dal pane unico, moltiplicato per così dire nei partecipanti, i quali, ricevendone un pezzo dalle mani del padre e mangiandone, erano  costituiti più fortemente in unità.

 

Oggi la grande contraddizione è che pur appartenendo a chiese diverse,

ci riconosciamo tutti come cristiani, ma, ciò nonostante, non spezziamo insieme il pane. Potremmo definirlo vero e proprio «apartheid eucaristico», comprensibile quando non ci riconoscevamo come cristiani, ma ciascuno considerava l'altro come eretico.

 

Oggi non è più così. La stessa Chiesa cattolica, che a suo tempo scomunicò la Riforma, i riformatori e i loro seguaci, con il Concilio Vaticano II ha abbandonato questo giudizio dichiarando che protestanti e ortodossi «giustificati nel battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo, e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani, e dai figli della chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti quali fratelli nel Signore» .

 

Ora, o non è vero che siamo «fratelli», cioè non ci riconosciamo reciprocamente come cristiani, allora è logico che non spezziamo il pane insieme.

Se invece è vero che siamo «fratelli», sia pure «separati», quindi ci riconosciamo reciprocamente come cristiani, pur nelle diverse appartenenze confessionali, allora non solo possiamo, ma dobbiamo spezzare il pane insieme, perché questo facevano i cristiani quando si incontravano per ascoltare insieme la Parola di Dio, per praticare la comunione fraterna e per pregare.

 

Gesù ha celebrato la cena anche con Giuda, non ha escluso neppure lui.

 

Chi ha il coraggio e l'autorità di escludere chicchessia?

Il pane e il vino sono il dono che Gesù ci fa dando se stesso: chi ha il coraggio e l'autorità di togliere questo dono del Signore dalla mano di un suo fratello riconosciuto come cristiano?

 

Certo rimarranno irrisolte alcune questioni, ma ciò che unisce coloro che partecipano alla cena del Signore sono il pane, il vino, le parole di Gesù e l'azione invisibile dello Spirito, e non le nostre spiegazioni delle parole di Gesù e le nostre interpretazioni dei suoi doni.

Anche se quando celebriamo la cena tra cristiani di diverse confessioni fossimo tutti d'accordo e dessimo la stessa spiegazione di ciò che nella cena accade, non sarebbe quell' accordo il vincolo reale della nostra comunione, bensì lo sarebbero le parole, il pane, il vino di Gesù, e la testimonianza interiore dello Spirito Santo.

 

Ecco perché ha senso che cristiani di chiese diverse celebrino insieme la cena del Signore: perché è lì che Gesù li convoca, e lì essi si radunano, accettando, con gioia e gratitudine («eucaristia» significa in greco «riconoscenza», «ringraziamento»), il suo invito, per ricevere insieme le sue parole e i suoi doni, indipendentemente dalle diverse interpretazioni che essi possono dare della cena.

 

Quello che ci unisce a Gesù, non è questa o quella dottrina, ma la fede.

Nel linguaggio ecumenico, questo tipo di celebrazione si chiama «ospitalità eucaristica»: siamo tutti ospiti (indegni) del Signore alla sua mensa, e lì, ricevendo il pane e il vino con la sua parola, celebriamo insieme la «comunione con il corpo e il sangue di Cristo», come dice la Scrittura.

 

Le dottrine diverse restano, e possono continuare a confrontarsi, ma l'invito di Gesù deve avere il primato. Gesù ci invita alla sua mensa, che è unica, e non ad altre. Gesù non divide e neppure accetta le nostre divisioni, almeno alla sua mensa. L'unica condizione è la fede in lui e la chiarezza nei rapporti tra noi. Le nostre differenze nell'interpretazione della cena non devono essere taciute o scavalcate, ma non devono neppure essere dogmatizzate al punto da diventare più importanti dell'invito di Gesù.

Il Signore è lui, non noi.

 

 

Cosa dice il Magistero della Chiesa 

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), trattando “dell’ Eucaristia e l’unità dei cristiani” (n°1398), ricorda  che purtroppo  le numerose e gravi divisioni esistenti fra i cristiani impediscono la partecipazione comune alla mensa del Signore.

 

In particolare le Chiese orientali, pur conservando e celebrando validamente tutti e singoli i sette sacramenti, in virtù della successione apostolica,  tuttavia non sono in piena comunione visibile con la Chiesa Cattolica Romana. Per questo è possibile con loro una “certa” comunione eucaristica: presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo sarà possibile, ma anche consigliabile l’ospitalità eucaristica (Codice del Diritto Canonico, canone 844,3).

 

Con le Comunità cristiane, uscite dalla Riforma protestante, la intercomunione non è possibile, perché tali chiese mancano del sacramento dell’Ordine Sacro “e non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico” (Concilio Vaticano II, Decreto per l’Ecumenismo, n° 22).

 

Il Codice di Diritto Canonico elenca le condizioni necessarie perché i ministri cattolici possano amministrare il sacramento dell’Eucaristia (come  del resto della Penitenza e dell’Unzione degli Infermi) ai cristiani non in piena comunione con la Chiesa romana  (canone 844,4): la presenza di grave necessità, il giudizio del Vescovo Ordinario, la manifestazione della fede cattolica a riguardo dei sacramenti richiesti e le dovute disposizioni per accedervi.

 

“Quanto più dolorosamente si fanno sentire le divisioni della Chiesa che impediscono la comune partecipazione alla mensa del Signore, tanto più pressanti sono le preghiere al Signore perché ritornino i giorni della piena unità di tutti coloro che credono in lui” (CCC, n°1398).