Il pane nella tradizione ebraica

 

La parola “pane” vanta nella Bibbia più di 280 citazioni: se conteggiassimo anche le diverse tipologie di pane, arriveremmo a più di 600. Da ciò deduciamo che sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana, il pane assumeva, ed ancora oggi riveste, una importanza rilevante. Nell'ebraismo il pane ha vari significati: dall'abbondanza, alla fertilità, alla civiltà. 

Spesso il pane è usato per esprimere il sostentamento,

il cibo in generale, dono del Signore che si prende cura del suo popolo. Parla ai figli d’Israele. Dirai loro: Quando voi sarete entrati nel paese, dove io sto conducendovi e mangerete del pane del paese, ne sottrarrete un’offerta al Signore”. (Num. 15, 18-19). E’ questa l’origine della Challah, il tipico pane ebraico, pane bianco che accompagna il giorno di sabato, lo shabbat, e le feste ebraiche. In origine e fin quando fu possibile, da questo pane era prelevata la decima che veniva offerta al sacerdote. Oggi non essendoci più il Tempio, si preleva comunque un pezzetto dell’impasto che viene messo da parte, bruciato in forno e non consumato. 

La tradizione vuole che la preparazione di questo pane e il 

prelevamento dell’offerta dall’ impasto, siano compito esclusivamente femminile.

La Challah, pane bianco, soffice, leggermente dolce, è componente essenziale del pasto del sabato: solitamente assume la forma di una treccia e sulla tavola ne sono presenti due, simbolo della generosità di Dio che ogni sabato raddoppiava le porzioni di manna elargite agli israeliti in viaggio nel deserto. Dimensioni e intreccio della Challah variano, ma non a caso, poichè ogni tipo di intreccio ha un significato preciso: una treccia a due simboleggia l'amore, una a tre simboleggia la pace, la giustizia e la verità, una treccia a 12 o due da 6 servite insieme, rappresentano le 12 tribù di Israele e questa è una delle varianti meno diffuse tra gli ebrei europei.

Nella cultura tradizionale ebraica, importanza e rilevanza profonda assume anche il gesto dello spezzare il pane: il pane era un alimento fondamentale e spezzarlo significava volerlo condividere con qualcuno. La maggioranza del popolo ebreo mangiava lo stesso tipo di pane, mentre le classi sociali più abbienti potevano scegliere tra circa quaranta tipi di pane: rotondi, conici, con erbe, con miele, ecc...  Molto diffuso era anche il pane d'orzo, mentre il pane di frumento era fatto in tre modi diversi, dal più rustico al più fine, ottenendo così un pane di uso comune o un pane da festa. Ad esempio, Abramo ordinò a sua moglie di preparare un pane fine per il Signore: “Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce”. (Gen. 18, 6).

Nell’ ebraismo i riferimenti al pane sono innumerevoli: in quanto simbolo potente, il pane presenta molteplici elementi sia negativi che positivi.

Prendendo in esame la simbologia negativa del pane occorre partire dall’ origine della creazione, quando Dio, dopo aver generato il mondo, pone l’uomo nel paradiso terrestre. Il genere umano che si cibava di prodotti della natura, è cacciato dal paradiso terrestre: il profeta Isaia parla del pane dell’afflizione “Anche se il Signore ti darà il pane dell'afflizione e l'acqua della tribolazione, tuttavia non si terrà più nascosto il tuo maestro; i tuoi occhi vedranno il tuo maestro” (Is. 30,20), nei salmi troviamo un pane di lacrime “Tu ci nutri con pane di lacrime, ci fai bere lacrime in abbondanza”. (Sal. 80,6) “Di cenere mi nutro come di pane, alla mia bevanda mescolo il pianto”  (Sal. 102,10) e addirittura un pane dell’empietà “mangiano il pane dell'empietà e bevono il vino della violenza” (Pr. 4,17).  Tuttavia, nell’ ebraismo, predomina il contesto positivo nel quale vengono collocati il grano e il pane. Tutti i primi frutti del raccolto venivano offerti a Dio:  importanza particolare è riservata alla Festa del Raccolto, chiamata anche Festa delle Settimane perché celebrata dopo sette settimane (sette giorni per sette settimane rimandano ai 50 giorni dopo Pasqua, che in greco prende il nome di Pentecoste) da Pesach: era l’occasione per offrire a JHWH due pani di grano! Tra le feste poi, rilevante anche quella di Hag ha-Matstot, la festa del Pane azzimo, in ricordo dell’impegno di non assumere pane lievitato per sette giorni.

Anche il pane della presenza ci permette

di cogliere l’assoluto rilievo del pane

nell’ ebraismo.

“Le disporrai su due pile, sei per pila, sulla tavola d'oro puro davanti al Signore. Porrai incenso puro sopra ogni pila e sarà sul pane come memoriale, come sacrificio espiatorio consumato dal fuoco in onore del Signore.

Ogni giorno di sabato si disporranno i pani davanti al Signore sempre; saranno forniti dagli Israeliti; è alleanza. I pani saranno riservati ad Aronne e ai suoi figli: essi li mangeranno in luogo santo; perché saranno per loro cosa santissima tra i sacrifici in onore del Signore.

È una legge perenne” (Lv. 24,5-9). 

Si tratta di due pile di pane (12 focacce in totale) di pura farina di grano depositate nel tempio davanti al Santo dei Santi. Il numero delle focacce rappresenta il simbolo delle dodici tribù di Israele, poste innanzi a Dio. Il pane dunque come offerta sacrificale a Dio: un pane particolare, ottenuto da farine selezionate che rimandano alla purezza e alla prelibatezza del cibo “Farai una tavola di legno di acacia: avrà due cubiti di lunghezza, un cubito di larghezza, un cubito e mezzo di altezza” (Es. 25,23). “Poi pani azzimi, focacce azzime impastate con olio e schiacciate azzime cosparse di olio: di fior di farina di frumento” (Es. 29,2)

 

Nel suo significato concreto e simbolico, allora, il pane è un dono dall’ alto, da chiedere con umiltà,

da aspettare con fiducia, da condividere con gioia.