I moti per il pane: Milano 1898

  

A fine ‘800 Milano, con quasi mezzo milione di abitanti, era la seconda città italiana più popolata dopo Napoli, nonchè capitale finanziaria della nazione. La situazione nazionale risultava problematica per la notevole disoccupazione e i bassi salari, ma il fatto decisivo per il malcontento di massa fu l'aumento del costo del grano e quindi del pane, a causa degli scarsi raccolti agrari. All’epoca a Milano un operaio medio guadagnava 18 centesimi per ogni ora di lavoro, per acquistare un solo chilo di pane, ne spendeva 40.  

I moti del pane, come qualcuno chiamerà questa rivolta, o anche rivolta dello stomaco, partirono il 6 maggio 1898, fra gli operai della Pirelli che accusavano il governo, di essere il vero responsabile della carestia e di far morire lentamente il popolo con la fame. La rabbia degli operai era ormai innescata : i lavoratori delle fabbriche milanesi scesero in strada protestando duramente e scontrandosi con la polizia. Diversi manifestanti vennero arrestati e rimessi in libertà solo dopo l’intervento del deputato socialista, Filippo Turati.

Quello stesso giorno durante l’ assedio della caserma del Trotter, alcuni operai rimasero morti a terra uccisi dal fuoco militare.

Il giorno dopo la popolazione reagì compatta con uno sciopero generale al quale la cittadinanza milanese aderì in massa, riversandosi per le strade. Nel pomeriggio del 07 maggio 1898, il governo, convinto della trama rivoluzionaria che si celava dietro i disordini, decretò lo stato d’assedio della città: è la guerra civile.

Fiorenzo Bava Beccaris, veterano della Guerra di Crimea e delle Guerre d’Indipendenza, si insediò, in piazza del Duomo che divenne in quei giorni il suo quartier generale e di fronte alle barricate cittadine organizzate dalla popolazione, ordinò di aprire il fuoco sulla folla in sommossa.

Era l’8 maggio 1898 quando i cannoni entrarono in azione contro le barricate e la folla, composta anche da donne, vecchi e bambini. 

Il governo mobilitò un esercito di 20.000 militari in assetto di guerra contro circa 40.000 civili armati di fame, che si difendevano dietro barricate lanciando pietre contro cannonate e fucilate.

Il 9 maggio 1898 cade l’ultima barricata eretta dai cittadini con la conseguente resa del popolo. Prima del tramonto il generale Bava Beccaris telegrafa a Roma al presidente del Consiglio e al Ministro della Guerra “la rivolta può considerarsi domata.” 

Alla fine della rivolta si contarono circa 700 cittadini e due militari morti a terra, un vero massacro.

Per la sanguinaria repressione, a Fiorenzo Bava Beccaris, soprannominato il macellaio di Milano dall'opinione pubblica, venne conferita, da parte del Re Umberto I di Savoia, la croce di Grande Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia: gesto che inasprì ancor più gli animi. Il 16 giugno 1898 il generale Bava Beccaris ottenne anche un seggio in al Senato. Il 29 luglio di due anni dopo, a Monza, lo stesso Umberto I viene assassinato in un attentato dall’anarchico Gaetano Bresci, che appena arrestato dichiarò pubblicamente di aver compiuto il gesto per vendicare i morti del maggio 1898 e l'offesa per la decorazione conferita a Bava Beccaris.